Adolescenti a distanza

“Il Covid non mi ha portato via solo due mesi di tempo, mamma! mi ha portato via un pezzo di vita che non tornerà più!”

E’ vero, è proprio così.

Tempo di vita che non tornerà più.

E bisogna che lo volgiamo lo sguardo al cuore dei ragazzi che vedono quel tempo sfuggire via.

Non si tratta di un sacrificio e basta, per quello sono bravissimi a farlo, ma cosa, quel sacrificio, crea nei loro cuori, dobbiamo guardarlo, anche se ci fa male o anche se non ne siamo capaci, perché ciechi di fronte ai loro veri bisogni.

Il tempo che sfugge via è il tempo con gli amici, il tempo della libertà di correre per mano al migliore amico o alla migliore amica, urlando insieme divertiti o divertite, delle prove in motorino, del desiderio di imparare a guidare la macchina, della festa dei 18 anni sognata da più di un anno, dell’esame di maturità, dell’esame di terza media, il tempo della curiosità di conoscere un ragazzo o una ragazza di cui innamorarsi, del calore dell’abbraccio dei nonni che si ha la fortuna di avere ancora, del contatto a scuola con i compagni.

E’ il tempo della condivisione che crea la vita che si forma nel fare.

Nessuno di noi avrebbe mai immaginato di trovarsi a vivere la propria vita “a distanza”.

E non parlo di distanza affettiva, perché, per quella, ci siamo tutti ingegnati e i ragazzi, ancora più di noi, con tutta la fantasia tipica di quella età, parlo proprio di quello stare in relazione con i corpi, che per loro è parte preziosa e speciale di evoluzione nella vita, capace, oltretutto, di donare ricordi indelebili che, invece, non ci saranno più.

“Mi sembra come se mi mancasse un pezzo, mamma! Un pezzo che tu nei tuoi ricordi hai, mentre io non avrò.”

Hai ragione, è così.

Abbiamo provato a vivere questi mesi allenando tutte le nostre risorse, le nostre capacità di fare e di stare, la voglia di vivere con quello che c’era e con quello che si poteva e ci siamo anche riusciti, con tutti gli alti e i bassi, sani e comprensibili. Lo abbiamo fatto senza la libertà di uscire, ma lo abbiamo fatto.

Ogni giorno ho ripetuto alle mie figlie quanto il tempo, che stava trascorrendo, fosse comunque tempo di vita da vivere, e non semplicemente da lasciar passare, perché la vita è fatta di anima e corpo e, quando il corpo è bloccato, l’anima deve andare ad un’altra velocità e deve prendere per mano l’immaginazione, la creatività e il desiderio di costruire scenari sperati.

Eppure quel pezzo di vita, fatto di esperienze negate, c’è e non si può far finta di nulla, né abbellirlo per forza, c’è e fa soffrire.

E’ un po’ come se ci fossero pagine vuote e bianche nel mezzo di un libro che si sta leggendo con tanta passione, che si sta scrivendo da sé, vivendo la vita. Fa sentire spaesati, scollati, inadeguati, fuori posto. E’ vero le pagine bianche le puoi scrivere tu, puoi disegnare o fare scarabocchi, ma il vuoto, di qualcosa che non si può vivere, resta ed arrivano mille emozioni ad alterare i mille pensieri che sono già confusi, di per sé, a quella età.

Se poi sei un adolescente che riuscivi a stare in equilibrio grazie al mondo fuori casa, senti ancora di più il vuoto che sosteneva il tuo progredire nella vita. E magari ti senti solo, senza ancoraggi, senza la libertà di parlare al telefono con una persona cara, perché le pareti della tua stanza sono vicine a quelle dei tuoi genitori che non sanno nulla di te. Forse ti trovi a condividere spazi troppo piccoli o troppo grandi e ti accorgi di quanto vuoto ci fosse nella tua famiglia, vuoto mascherato dal correre frenetico della vita di ogni giorno, prima del Covid. Sì perché il caffè al bar o la birra al pub non sono solo gesti per divertirsi in compagnia, ma spesso diventano salvagenti per sopravvivere in una realtà personale, tanto scomoda.

La tecnologia nelle loro mani, così spesso criticata da noi adulti, oggi vediamo essere diventata per loro una zattera preziosa per cercare di vedere, anche solo attraverso uno schermo, un nonno che non riesce, con il suo vecchio telefonino, a raddrizzare l’immagine di sé capovolta, e ti commuovi perché va bene anche così, pur di vedersi. E va bene soprattutto a loro.

Oggi l’hanno vissuto sulla loro pelle quanto uno schermo non sia un corpo, quanto parlare a voce, guardando negli occhi, sia diverso che inviare un messaggio, quanto darsi una carezza, quando le parole non riescono ad uscire, sia comunque donare amore, quanto discutere dal vivo ti faccia arrivare tutto l’amore che c’è, comunque, perché la voglia di non perdersi è più potente.

Ho letto spesso, con dispiacere, articoli sull’adolescenza con termini poco accoglienti e per nulla indulgenti.

Eppure io credo che ci abbiano dimostrato di avere la capacità di mettere da parte i loro bisogni, quando serve, che comunque restano e spingono nel cuore, non spariscono solo perché non si possono vivere, e di questo noi adulti non possiamo dimenticarci.

E’ così che un pianto all’improvviso, una litigata tra sorelle o fratelli, una risposta indispettita, un urlo, un ballo scatenato all’improvviso, diventano lo specchio di ciò che hanno dentro e non trova spazio fuori per farne esperienza.

Perché per navigarle le emozioni, ne devi fare esperienza, non solo dentro di te, ma in relazione al mondo in cui vivi.

Non c’è bisogno che ripetiamo loro che sono fortunati a stare in salute, non c’è bisogno che ricordiamo loro che i medici, gli infermieri e tutti gli operatori sanitari sono in ginocchio per affrontare questa pandemia, non c’è bisogno di ricordare loro che con i nonni bisogna avere mille attenzioni in più, lo percepiscono da soli, lo leggono negli occhi spaventati dei loro genitori che, a volte, trattengono parole per non aggravare la tensione, che, comunque, passa invisibile da una pancia all’altra, lo stanno vivendo insieme a noi.

Ci hanno aiutato a cucinare, a pulire, a portare il cane sotto casa, velocemente, con la paura di toccare o di incontrare.

Ci hanno spronato a fare attività fisica quando ci vedevano pigri, ci hanno dedicato momenti insieme sul divano davanti alla loro serie preferita, ci hanno coinvolto nelle loro passioni facendoci leggere un pezzo di libro, ci hanno fatto ridere con una battuta quando ci vedevano un po’ giù.

Hanno deciso, quando è stato possibile, di vedere un film con il proprio fidanzato con la mascherina e i guanti a distanza, pur di stare insieme, hanno navigato la rabbia di vedere persone adulte, nelle strade, molto meno rispettose di loro delle regole. Lo hanno fatto per noi adulti e per loro stessi, perché conoscono bene il valore della vita. Loro la stavano vivendo e costruendo. Pezzo per pezzo.

Il tempo che non tornerà più è quello in cui i nostri ragazzi avrebbero voluto fare esperienza per capire chi desiderano diventare e cosa vogliono costruire nel loro cammino di vita. Capirlo da soli, ognuno nella propria casa, anche se in famiglia, limita e rallenta la fioritura, questo dobbiamo guardarlo.

Abbiamo chiesto loro di definire un affetto stabile, quando, a volte, non lo sappiamo neanche noi adulti, e lo abbiamo chiesto a dei ragazzi che, magari, un affetto stabile lo vedono in un’amica o in un amico e non nel fidanzato o nella fidanzata, che magari non era ancora arrivato, o arrivata, nella loro vita o stava arrivando, ma si è dovuto rimandare tutto “a data da destinarsi”.

Sì, proprio così: da destinarsi!  perché non c’è una data di “fine lavori”, c’è, per ora, solo un inizio a nuove modalità di vivere che spaventano e questo può durare molto di più di un decreto, perché la paura, quando si insinua nei cuori, cambiando le abitudini di vita, resta in circolo parecchio. E forse loro hanno paura che il fuoco che sentivano dentro di loro si affievolisca, togliendo l’energia che serve per fiorire.

Pensiamoci quando decidiamo di dedicare loro delle parole.

Meritano la nostra stima, la nostra fiducia, il nostro sostegno, la nostra presenza autentica, il nostro amore, la nostra fragilità coraggiosa.

Mi ritrovo a pensare a loro come ad un bruco che stava lavorando per costruire le sue ali o ad una conchiglia che stava formando la sua perla, o ad un seme che stava per sbocciare, e lo volevano fare all’aria aperta, in libertà, senza distanze tra loro, facendo esperienza di vita, tutta quanta, senza pezzi bianchi o vuoti, volevano sbagliare per capire, volevano allontanarsi dal nido per mettersi alla prova.

Stanno cercando di farlo comunque, su questo non ho dubbi, ma solo fiducia, eppure i loro cuori si sentono derubati di un pezzo, che è pezzo di vita e noi dobbiamo pensarci ogni volta che dedichiamo a loro noi stessi.

Diciamoglielo che siamo fieri di loro, che sono stati un esempio, un sostegno e una forza, che hanno sviluppato risorse e talenti, che hanno accolto le loro debolezze e che hanno accettato le nostre.

E se vediamo uscire rabbia, pensiamo alla forza dello sbocciare fuori luogo e fuori tempo, alla forza dello sbocciare a distanza tra loro.

Asciughiamo le loro lacrime di tristezza, consolando con amore.

Il nervoso che arriva all’improvviso e senza invito, magari è la discussione che avrebbero potuto avere fuori casa liberamente lontani da noi.

E se alla sera fanno fatica a dormire, anche se hanno già l’età per dormire da soli, magari è solo la voglia di un abbraccio di un amico o di un’amica che non vedono da mesi, e, magari, basta stendersi vicino a loro, pochi minuti, in silenzio, lasciando parlare il cuore che, in quei momenti, si nutre di gesti semplici.

“Hai ragione figlia mia, un pezzo di vita è andato via per sempre e non tornerà più, ma quelle pagine bianche del libro, tu le puoi scrivere! E sai di cosa? Di tutte le emozioni che hai vissuto, perché quelle nessuno te le può rubare! Quelle abitano in te”

Sarà che la scrittura sia, per me, la mia bacchetta magica, ma sono certa che se accompagnassimo i nostri ragazzi a tradurre le emozioni in parole scritte, potremmo mostrare loro come creare uno spazio interiore di benessere e cura. Ed ogni fioritura parte da quello.

Forse se ci prendiamo cura di loro, aiutandoli a guardarsi dentro, anche e soprattutto, in questo momento, potremmo mostrare loro la magia dell’imparare ad amarsi esattamente per quello che sono.

Ci vuole ancora più delicatezza per un seme che sta tentando di gettare fuori i fiori, senza acqua, senza ossigeno, senza la compagnia di altri semi, senza il rumore degli uccellini o il volare di una farfalla, ma vuole nascere comunque perché la sente intensamente, dentro di sé, la forza della vita che procede.

Se li invitiamo a dare un nome a ciò che sentono, potranno cogliere le mille sfumature del loro mondo interiore.

L’adolescenza è il momento della vita in cui ci sono le maggiori risorse in termini di creatività e coraggio, è un po’ come se la vita si accendesse di mille luci tutte insieme, ed a noi adulti spetta di incoraggiarli, ma ancora di più, spetta ricontattare le emozioni di quando eravamo noi degli adolescenti, per guardarli con lo stesso sguardo con cui avremmo voluto essere guardati noi e soprattutto dobbiamo restare centrati sui nostri confini, senza incollarci  dolcemente all’idea di averli vicini notte e giorno.

Con questo Covid, i nostri ragazzi sono tornati nel nido, ma non è lì che devono restare.

Loro hanno voglia di andare incontro alla vita, mettendosi al timone, e potranno farlo serenamente se vivranno la sicurezza e la certezza che il nido nel quale sono nati, resterà sempre lì, dove loro lo hanno lasciato.

Un pezzo di vita è andato, è vero, ma forse quel pezzo, noi adulti, lo possiamo continuare o iniziare a colorare di presenza vera, sicura, indulgente, delicata, gentile, ferma ed amorevole, per dare loro la forza di credere nelle loro capacità di navigare il mare aperto e ripartire “a distanza”, non più tra loro, ma da noi che resteremo comunque sempre lì, pronti ad accoglierli.

 

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